Comprare una kefiah in Palestina

Storia di un semplice gesto che oggi ha assunto un diverso significato...

Quando abbiamo visitato la Palestina e la tessitura di Hebron, non ci saremmo mai aspettate una situazione come quella che stiamo vivendo ora. La kefiah che abbiamo comprato allora, oggi la portiamo nelle piazze per gridare forte Palestina Libera, stop al genocidio in corso. Il racconto l’abbiamo voluto lasciare così come lo abbiamo scritto, ma per informarsi sul presente…

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Ci sono volte che capita essere attratti da una frase. È un’attrazione immediata, a volte sveglia ricordi sopiti del passato, altre volte incuriosisce; può far volare la fantasia o suscitare un interesse storico, sociale, politico. Sia come sia è lì che si fermano gli occhi, come se quelle parole custodissero delle piccole calamite. È quello che è successo a me durante un viaggio in Palestina. Avevo deciso di andare a Hebron e stavo cercando informazioni che mi permettessero di capire l’oggi di quella città antichissima. Una città drammaticamente spaccata in due: c’è la zona palestinese, divisa in una parte moderna e un’altra arrabattata di povertà e dismissione, e la zona in cui si sono insediati gli israeliani, che si riconosce dalle bandiere bianche e azzurre. Ovunque filo spinato, recinzioni, controlli di sicurezza, esercito. Il suq è mezzo vuoto: il piano terreno ospita la botteghe palestinesi, molte ormai chiuse, sopra le loro teste ci sono delle grate, ai piani superiori vivono i coloni israeliani. Un luogo lacerato del quale racconterò in un prossimo articolo.
A Hebron c’è la sola fabbrica di kefiah ancora in attività. Io l’ho scoperto leggendo un travel blogger indipendente: questo è il suo sito: www.againstthecompass.com Non avevo finito l’articolo che avevo già deciso di andare a visitare Hirbawi, la fabbrica di kefiah.
La kefiah è uno dei simboli palestinesi, forse il più noto; inoltre, è il copricapo utilizzato in molti Paesi del Medio Oriente e del Golfo Persico.

La fabbrica ha un’insegna scrostata e si trova nel pressi della città vecchia. È piccola, un capannone con una ventina di macchinari, dai soffitti pendono bandiere palestinesi e sui muri ci sono fotografie di Arafat. C’è un rumore di telai meccanici, ci sono bobine colorate, un paio di lavoranti passano di telaio in telaio e tengono sotto controllo fili e ingranaggi. Dai macchinari escono kefiah quadrate e multicolori: ci sono quelle bianche e rosse e quelle bianche e nere, sono i colori tradizionali, quelli che dalle nostre parti si incontrano di più. E poi ci sono decine di altre composizioni: kefiah nere, verdi e rosse, i colori della bandiera palestinese; kefiah che mescolano rossi, bianchi, viola, gialli e azzurri in accostamenti volta a volta armoniosi, tenui o sgargianti. Un grande pannello espone tutti i modelli: sembra l’enorme bozzetto di un sarto. Di fianco all’ingresso c’è una sala adorna di tessuti e tappeti: è al contempo l’ufficio di Izzat Hirbawi, il proprietario, e il negozio. Izzat mi offre tè e dolcetti e mi chiede come mi chiamo: mentre scelgo le mie kefiah (ne compro tre) si mette a cercare in un cesto finché trova qualcosa: è un portachiavi lavorato a maglia, da una parte ci sono i colori della bandiera palestinese, dall’altra l’iniziale del mio nome. “Un dono per te”, mi dice mentre incarta le kefiah, “per te che hai fatto tanta strada per venire fin qui.”

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