Valsesia per caso

un racconto della Ziafra

La mattina inizia presto, pronte con gli zaini per una due giorni in Val Maira! Cariche di entusiasmo,  ciaspole e provviste ci mettiamo in auto e…  scopriamo che la stanza che abbiamo prenotato non ha il riscaldamento; cioè il tizio dice che “scusate mi ero scordato di dirvelo, ma voglio essere onesto” ci può prestare un piccolo termosifone portatile, però il bagno è una turca, ma fuori sul ballatoio. Abbiamo prenotato da 3 giorni, lui però ha deciso che vuole essere onesto da stamattina. Una crisi di coscienza appena dopo che il sistema si è ciucciato il cash dalla carta di credito.  Accostiamo. Azione coordinata di recupero a colpi di smarthphone e that’s incredibile, ma dopo un’oretta è tutto finito.

Bene, “E ora dove andiamo?“, come titola quel bellissimo film libanese, che lo dovete proprio vedere, di Nadine Labaki.  Perché non in quella valle, dove c’è quel bookcrossing simpatico nel lavatoio, e fanno le tome che comprava già mio nonno che era del 1920?

Andata, Gecheviaggiatrici, verso la Valsesia, anzi la val Sermenza, anzi Carcoforo. Da lì finisce la strada. Prendiamo un sentiero a caso, perché, d’inverno in montagna, mica si possono perdere altre ore di sole a pianificare. Comunque il sole non arriva. Ecco, ci è capitato il versante della valle dove, in questa stagione, la stella bollente sta nascosta dietro le cime innevate e non ha nessuno intenzione di allungare fuori mezzo raggio. Che culo. Neve non ce n’è nemmeno tanta e lasciamo ciaspole e ghette nel bagagliaio.

Saliamo impavide e baldanzose, incuranti del sottozero, anche se ad un occhio poco attento forse saremmo potute apparire come due fagotti di robe di lana, che arrancavano malferme su per il pendio. Quello all’ombra. Nel lato al sole c’erano i caprioli che ci guardano sprezzanti, saltellando tra ciuffi di erba secca e neve. Neve, che ad ogni tornante del sentiero si fa più alta e ghiacciata. Forma crostoni che si spaccano, tappetini di ghiaccio liscio che costringono a deviazioni off road aggrappate ai rododendri. Le culate si moltiplicano, le imprecazioni, al pensiero della ciaspole in auto, pure. Ad una certa scompare anche il sentiero, ricoperto di neve, rinuncio anche a guardare il gps perché dovrei togliere il guanto e non se ne parla. Alziamo il naso a cercare i segni bianchi e rossi sui sassi emersi, ma ormai ad ogni passo si sprofonda fino al ginocchio.

Certo sarebbe da tornarsene indietro, ma un cono di luce solare illumina un larice su un roccione a 200 metri sopra la mia testa. E’ la sfida, lo sforzo per ripagare la giornata. Perché continuare a cadere nei buchi di e accumulare neve nelle calze, quando ci si può comodamente aggrappare, come capre greche, agli scivolosissimi dirupi di erba? E mentre siamo lì a 4 zampe, ormai oltre i 2000 metri, con il vento che inizia a fischiare, comincio a pensare a quella confortevole stanza in Val Maira, di quel povero signore che voleva essere onesto: in fondo cosa saranno mai state 60 euro in cambio di un po’ di aria pizzichina e un cesso all’esterno. Sono proprio una brutta persona, mi merito di finire sepolta nei secoli dei secoli come Otzi. Però prima mangio, poi muoio. Tiro via un guanto, soffio sulla mano, apro lo zaino, soffio sulla mano, prendo un panino, soffio sulla mano, è durissimo con la mia fissa di usare la farina con mezzo sputazzo di glutine e la pasta madre (l’ho fatta nel primo lockdown ovviamente). soffio sulla mano, scherzavo dai, metto via il panino dei Flinstone, decidiamo che si scendeeeeeeeee.

E poi mi torna la gioia, perché mi ricordo che la neve è amica, che la neve è scivolare nella polvere di cristallo e quando sei felice, sei leggera e ci voli sopra e il sole spunta fuori anche se non c’è. E soprattutto, c’è la toma del nonno ad aspettarmi al ritorno. Se avete letto fino qui, spero vi abbia fatto piacere, ma seguite il consiglio del Geco: leggeteci, rideteci, pensateci, ma non fate come noi; non è che ti può andare bene tutte le volte.

 

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