Ladakh

La terra degli alti valichi

Per quanti anni ho pensato di andarci.
Lassù, in quello stralcio d’Asia che tocca il cielo.
Lassù, in quella terra dove la capitale è a 3.500 metri d’altezza e il mare un’idea lontana.
Lassù, dove sono buddhisti e ci sono monasteri bianchi e bandiere di preghiera che danzano al vento.
Finché ho deciso.
Ci sono voluti anni ma a un certo punto via, ho preso il biglietto e ci sono andata.
Tra i monti del Ladakh
Aereo, scalo, aereo, cambio aeroporto, aereo, atterraggio, arrivo. Finalmente.
Mentre l’aereo perde quota tra montagne spoglie con i cucuzzoli innevati, la hostess invita i passeggeri a muoversi con lentezza, una volta che saremo a terra: l’aria in alta quota è rarefatta e non si deve affaticare il sangue. Consiglia anche di riposare quarantott’ore per far acclimatare il corpo, di mettere occhiali scuri per la luce potente e qualcos’altro che non fa presa nella mia testa.
Sulla scaletta dell’aereo, aspettando che la fila si sfoltisca e che tocchi a me scendere, mi accorgo che:
1) fa un gran caldo, via giacca a vento e maglia, resto in maglietta come se fossi in una pianura qualsivoglia;
2) la luce centra gli occhi come neve sotto il sole di mezzogiorno, ha ragione la hostess a dire di usare gli occhiali scuri ma i miei chissà dove sono;
3) avrei dovuto comprare uno zaino nuovo e non portarmi appresso il solito: sento un “toc” e uno scivolare, che succede? Una cinghia si è rotta, lo zaino vola a terra prima ancora che me ne renda conto. Quando si dice il tempismo.

Appesa alla scaletta come un salame, tra un indiano ciccione e un tedesco che pare uscito da un negozio di outdoor, guardo l’aeroporto grande quanto un campo da calcio. Chissà come sarà, penso con la cinghia in una mano, la giacca e la maglia nell’altra e niente occhiali. Quanto all’equipaggiamento, ci penserò dopo le quarantott’ore di acclimatamento.
Ladakh significa la terra degli alti valichi ed è una delle zone abitate più alte della Terra.
È un deserto d’alta quota, un territorio arido, a un’altitudine media di 4.500 metri, percorso dal fiume Indo (quello che dà il nome all’India, niente meno!) e cinto dalle catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, con vette che superano i 7.000 metri. Abitato sin dai tempi antichi, percorso dalle carovane dei mercanti in epoca medievale e moderna, il Ladakh è principalmente buddhista lamaista; ci vivono anche numerosi musulmani. Politicamente fa parte dell’India e confina a Nord Est con la Cina e a Nord Ovest con il Pakistan. Per secoli l’attività principale è stata l’allevamento: bovini, yak, pecore e capre la cui lunga lana è usata per tessere scialli. Nella breve estate vengono coltivati orzo, frumento, fave, albicocchi, meli e peschi. Oggi una delle voci principali di guadagno è il turismo: l’atmosfera di pace, la purezza dei monasteri, la gentilezza delle persone e la bellezza cristallina di vette, laghi e corsi d’acqua attirano visitatori di tutto il mondo.

Perché ci ho messo anni
La montagna mi emoziona e mi affascina. Amo il sapore dell’aria delle vette e incontrare gli sguardi di camminanti come me, mi piacciono il sudore sulla schiena e rotolarmi nei prati. Figuriamoci l’idea di trovarmi nella corona dell’Himalaya: un sogno infinito. Ho esplorato il Ladakh sulla carta, l’ho visto in fotografia, ne ho studiato la storia, le tradizioni, il clima.
Ho scandito a lungo nella mia mente il nome della capitale: Leh, tre lettere soffici che sanno di lontano.
Ma l’alta quota mi manda in agitazione. Per questo ho rinviato e rinviato l’andare. Per le incertezze del mal di montagna.
Mi sono decisa quando ho compiuto quarant’anni: da adesso il corpo prenderà sempre peggio gli sbalzi di ogni sorta, da quelli di umore a quelli di quota, tanto vale fare visto e biglietto e andarci. Andare a vedere come sono fatti Leh e tutto quello che ci sta attorno.
Sono partita con una compagna di viaggio solida, cardio aspirine e diuretici, sacco a pelo, giacca a vento e quello zaino che la prossima volta ne compro uno nuovo.
La quota ha fatto quello che deve fare. L’altezza ha bisogno di tempo, questo mi ha insegnato l’Himalaya. E, anche, che il mal di montagna è democratico: può colpire uno scalatore esperto e non dare sintomi a una magrolina di città, può far scoppiare la testa la prima volta e lasciare indifferenti la seconda. O quasi.
Su di me ha fatto l’effetto di una pila di mattoni. Mattoni, proprio così. Dall’aeroporto sono andata in albergo e mi sono ficcata a letto: quando, sette ore dopo, ho aperto gli occhi mi pareva che mi avessero ricoperto non con un piumino imbottito ma con uno strato di laterizi. Mattoni sulle gambe, sul bacino, sulle braccia, sul petto. Ahi che peso, come farò a tirarmi su? Per uscire dalla trapunta c’è voluto un grande sforzo di volontà, o forse dovevo andare in bagno. Poco dopo essermi alzata, però, il muro orizzontale che mi ricopriva se n’è andato: dissolto come una nuvola soffiata via dal vento, sembrava che mi avessero ingessata e poi puf, in mezzo minuto è sparito tutto, pensa te. È tornato ai primi due risvegli, poi dev’essere andato ad acquattarsi su qualcun altro: qualcuno, magari, arrivato dopo di me.
Ho avuto mal di testa, nausea e affanno, sintomi classici di un mal di montagna: dopo qualche giorno, però, il corpo si è abituato. I globuli rossi si sono dati da fare per raccogliere le energie, grazie ragazzi, siete grandi, avete fatto una bella maratona, che macchina eccezionale è il corpo umano.
Quando camminare, mangiare momo, ridere, comprare souvenir, scansare mucche parcheggiate agli incroci, salire allo Shanti Stupa, quello grande e bianco, fotografare il tramonto sono diventati gesti normali che non richiedevano alcuno sforzo, allora ho fatto un doppio nodo allo zaino e mi sono messa in cammino.

Ciao città, ci vediamo tra un po’: adesso vado in montagna
A quel punto è iniziata la meraviglia.
Per mesi ho camminato, incontrato, parlato, preso autobus, noleggiato moto e fatto l’autostop.
Una volta ho fatto uno scatto e una corsa. È stata l’unica, ero arrivata da tre settimane e quando mi sono fermata ho rantolato per dei minuti. Con i globuli rossi che se avessero potuto secondo me mi avrebbero detto: che accidenti fai? Con tutta la maratona che abbiamo fatto per te. Non sei mica venuta in Ladakh per correre: la prossima volta perdilo, l’autobus, la prossima volta prendi quello dopo.

NOTE PRATICHE

*** Visto e permessi ***
Per visitare l’India occorre il visto, da ottenere prima della partenza e che può essere richiesto online sul sito ufficiale INDIAN VISA
Per entrare in alcune regioni del Ladakh è necessario un permesso speciale: è il caso, ad esempio, della Nubra Valley. In altri casi, come nella Markha Valley, vi verrà chiesto di pagare l’ingresso all’area nazionale protetta.
*** Denaro ***
La valuta dell’India è la rupia. Attenzione: nel Ladakh può succedere che i bancomat siano fuori uso, è meglio quindi avere con sé sufficiente denaro contante nel caso in cui per qualche tempo gli sportelli automatici non funzionassero. In alcuni negozi e hotel vengono accettate le carte di credito, per le quali è applicata una tassa del 3%; tenete presente però che l’utilizzo delle carte non è molto diffuso. A Leh ci sono molti uffici di cambiavalute per cambiare denaro, gli Euro sono accettati. Se ne avete la possibilità cambiate a New Delhi (in città, non in aeroporto, che ha un tasso assurdamente sfavorevole) o a Srinagar, che hanno tassi di cambio più vantaggiosi.
*** Quando andare ***
La maggioranza dei viaggiatori sceglie l’estate per visitare il Ladakh, quando fa più caldo e le strade sono aperte. Il periodo compreso tra giugno e settembre è ottimo, luglio e agosto sono i mesi più affollati: secondo alcuni sono addirittura troppo affollati, se amate la quiete, cercate di andare all’inizio o alla fine della stagione turistica. Il Ladakh ha un clima terso e secco, ventoso e assolato: è bene avere occhiali scuri, protezione solare e burro cacao le labbra (… se doveste dimenticarle nessun problema, le trovate a Leh). Anche a 4.000 metri di giorno si sta in maglietta; di sera e di notte la temperatura scede e sono necessari giacca a vento e piumino.
È possibile andare in Ladakh anche in inverno: un viaggio estremo che ricompenserà gli avventurosi con splendide giornate assolate, montagne coperte di neve, fiumi scintillanti e ghiacciati. E con il fatto che avrete i luoghi tutti per voi. Prenotate l’alloggio, perché molte strutture sono chiuse e, a meno che non siate alpinisti davvero esperti, organizzate la vostra spedizione invernale con un’agenzia affidabile, che abbia una profonda conoscenza del territorio e che vi metta a disposizione l’attrezzatura adatta.
*** Come ***
Per raggiungere il Ladakh occorre dapprima arrivare in uno degli aeroporti internazionali dell’India: consiglio di atterrare a New Delhi, l’hub più vicino al Ladakh. 
1) In aereo: ci sono numerosi voli diretti da e per New Delhi, c’è qualche volo diretto anche per e da Mumbai. Per le altre città, ad esempio Kolkata, Chennai, Hyderabad, occorre fare uno o più scali. Le compagnie aeree che effettuano questa tratta sono: SpiceJet, GoAir, Air India. Come la maggior parte delle compagnia aeree, i biglietti sono acquistabili online e il prezzo varia in base alla stagione e all’anticipo con cui si prenota: prima si compra, meno si paga. Nei mesi invernali gli accessi via terra sono chiusi: allora, l’aereo è l’unico modo per raggiungere il Ladakh.
2) Via terra: il Ladakh è collegato con Manali (in Himachal Pradesh) e con Srinagar (in Kashmir). La NH3, Leh-Manali, lunga 474 chilometri, è aperta da maggio/giugno a ottobre/novembre circa, le date possono subire variazioni dovute al clima e alla presenza di neve. È possibile percorrere questa tratta con un autobus di linea, che impiega due giorni e si ferma per la notte in una località di nome Keylong, con minibus privati, taxi, jeep a noleggio (12 ore) o, ancora, noleggiare una moto e guidare lungo tutta la strada, fermandosi dove si vuole e mettendoci il tempo che si vuole. Questa strada faticosa e difficile, senza protezioni laterali, piena di sassi e di buche si inerpica per passi di montagna sopra i 5.000 metri e attraversa paesaggi spettacolari. C’è chi la odia ma c’è anche chi la ama: molti motociclisti, per esempio, la percorrono a bordo di una Royal Enfield. Consiglio di valutare bene la propria bravura alla guida prima di intraprendere il viaggio in moto, o magari affidarsi a un’agenzia che intervenga in caso di guasto del mezzo o di incidente. La NH1, Leh-Srinagar, lunga 440 chilometri, è aperta da aprile a novembre. Anche qui, apertura e chiusura possono variare in base alle condizioni metereologiche. Il tragitto è un po’ meno accidentato rispetto a quello della NH3, anche i passi sono a una quota inferiore, e viene abitualmente compiuto in uno o due giorni. Si può viaggiare con l’autobus pubblico, in jeep o, ancora, con il proprio mezzo di trasporto. Chi dispone di un proprio veicolo o ne noleggia uno con conducente potrà effettuare il tragitto a tappe, fermandosi ad ammirare il paesaggio e i luoghi significativi, come il magnifico monastero di Lamayuru.
*** Cosa portare ***
Portate farmaci che possono aiutare in caso di mal di montagna, ad esempio dei diuretici. Altri farmaci utili in India sono antibiotici a largo spettro, antidiarroici e fermanti lattici. Consultate il vostro medico e/o l’ufficio igiene per avere informazioni dettagliate. Utile, ma non indispensabile, una bottiglia con filtro per sterilizzare l’acqua oppure uno sterilizzatore portatile; a quanto mi risulta, né l’uno né l’altro si trovano a Leh. Si tratta di oggetti non indispensabili: dappertutto si trova acqua in bottiglia, filtrata o bollita. Nel caso di lunghi trekking, tuttavia, averli consente di evitare il trasporto di numerose bottiglie (soprattutto se a portarle saranno le vostre spalle!). Mettete nello zaino vestiti termici e caldi ma anche magliette e calzoncini, sandali di gomma per gli eventuali guadi, asciugamano e sacco a pelo. 

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